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Ci serve davvero un’app?!

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Toby Shapshak durante il TEDGlobal 2013 (Fonte: blog.ted.com).

L’innovazione a cui facciamo riferimento ogni giorno, non è altro che uno spreco di risorse per creare qualcosa di cui potremmo fare a meno. Proprio di questo, racconta Toby Shapshak scrittore e speakers,  intervenuto al TEDGlobal 2013 per raccontare di un’Africa diversa,  da quella vista dall’Occidente. Shapshak,  mostrando un’immagine del nostro pianeta vista dallo spazio, afferma che in realtà i Paesi che si occupano realmente di innovazione, sono quelli meno visibili nella foto, perchè privi di energia elettrica. Infatti dice:

“Perché abbiamo problemi reali. E quando risolviamo problemi reali per la gente, li risolviamo per il resto del mondo nello stesso tempo.”

Questa sarebbe la ragione alla base della sua tesi.

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Utilizzo di energia elettrica in tutto il mondo
(Fonte: getfreshminds.com)

Tecnologie attuali come gli smartphone moderni,  non sarebbero applicabili,  infatti,  ad un Paese  con gravi problemi energetici. La maggior parte delle persone negli altri Paesi del mondo, spende il proprio tempo guardando la televisione e considerando innovazione tecnologica, aggiornare giornalmente il proprio profilo sui social Network. Facendo un passo nel passato, lo speaker pone delle domande retoriche al pubblico:

“Perché Nikola Tesla deve inventare la corrente alternata che alimenta le lampadine in questo edificio o la città in cui siamo?

Perché Henry Ford deve inventare la catena di montaggio per produrre quelle Ford che potevano essere di qualunque colore purché fosse nero?”

La risposta è che gli altri Paesi considerati hi-tech, hanno come obiettivo quello di semplificare la vita delle persone, cercando di automatizzare il tutto.  Molto spesso però il vero problema è quello di progettare lo stesso oggetto con caratteristiche leggermente differenti, come per esempio il colore, cosi da suscitare l’interesse di molti.  Tutto questo, sprecando continuamente tempo e risorse, per qualcosa che deve vendere molto, anche se poco utile.

Shapshak ci ricorda che é la necessità il motore dell’ innovazione,  non la possibilità di business su di essa. In Africa, un problema è qualcosa di diverso. Le soluzioni trovate  mirano all’efficienza, facendo attenzione ai costi e tralasciando le futilità. Tra i tanti servizi utilizzati in Africa, particolarmente interessanti sono M-Pesa,  che è un po’ come un sistema di assegni nell’era dei cellulari, con circa 25 milioni di dollari al giorno di transazioni oppure il servizio chiamato iCow, che invia importanti informazioni utili riguardo la mungitura. Settore, quello dei latticini, che in Paesi come il Kenya frutta circa 463 milioni di dollari.

“E non solo i cellulari sono l’oro di oggi, non credo che l’oro sia sotto terra. Credo che siamo noi l’oro”

 

Giovanni Rubino

Giocare per migliorare il mondo

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Jane McGonigal al TED2010 (Fonte: punchingsnakes.com).

A quanto pare non tutti pensano sia un errore passare tante ore davanti ai videogiochi.

Jane McGonigal, game designer e ricercatrice, spiega al TED2010 che il suo obiettivo è quello di migliorare il mondo attraverso i videogiochi online.

Dopo aver preso in considerazione la mole di ore passate sui videogiochi dalle persone di tutto il mondo, stimate sui 3 miliardi, non le ritiene sufficienti per risolvere i problemi più urgenti sul nostro pianeta e afferma:

“Se vogliamo risolvere problemi come la fame, la povertà, il cambiamento climatico, conflitto globale, l’obesità, credo che dobbiamo aspirare a giocare online per almeno 21 miliardi ore a settimana, entro la fine del prossimo decennio.”

La ricercatrice, infatti, considera i videogiocatori una risorsa e non un problema.

Studiando molti di loro all’Institute For The Future ha notato le intense emozioni che in essi vengono provocate da un videogioco. Mostrando al pubblico, un ritratto del fotografo Phil Toldano, in cui si vede il volto di un giovane videogiocatore durante una sessione di gioco, fa notare alcuni dettagli come per esempio le pieghe intorno agli occhi, e intorno alla bocca, indice di ottimismo, secondo la ricercatrice. I videogiochi,quindi,influenzano lo stato d’animo di chi li utilizza,provocando sensazioni di paura, profonda concentrazione nel risolvere velocemente un problema complesso, come se fossero nella vita reale. Durante il suo periodo di ricerca ha analizzato vari videogiochi tra cui World of Warcraft.

Screenshot di World of Warcraft.

Questo gioco in particolare, gli ha permesso di capire che la cooperazione, i livelli di difficoltà, adeguati all’esperienza del giocatore ed i feedback periodici sono elementi fondamentali per il successo del giocatore.Ci parla di vittoria epica, termine molto diffuso tra i giocatori che indica un risultato così straordinariamente positivo che non ti sembra possibile fino a quando non lo ottieni. Successo che però è limitato al solo mondo virtuale:

“Queste sono persone che credono di essere individualmente in grado di cambiare il mondo. E l’unico problema è che credono di essere in grado di cambiare i mondi virtuali e non il mondo reale”

La ricercatrice, sta infatti cercando di capire come mai queste persone non siano in grado di fronteggiare allo stesso modo anche la realtà. Una realtà piena di problemi,ma che a differenza dei videogiochi, nessuno vuole provare a risolvere con impegno ed entusiasmo. Per questo McGonigal cerca di “camuffare” i problemi reali, in situazioni videoludiche,per suscitare l’interesse di più persone.In questi anni nel suo istituto ha realizzato diversi videogiochi, uno tra questi è un gioco in cui simulava un mondo con carenza di Petrolio,dove 1700 giocatori si sono divertititi ad immaginare la loro vita, offrendo idee,a volte originali,per far fronte ad un problema che potrebbe essere reale nel futuro.

Salveremo il mondo giocando un giorno?

Giovanni Rubino