JamToday a giugno!

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Nel precendente articolo vi ho esposto l’esperienza della prima GameJam torinese. Per chi fosse rimasto incuriosito, vi informo che il 14 e 15 giugno ci sarà un altro evento sempre a Torino (Turin JamToday), presso l’incubatore I3P situato al Politecnico di Torino. Rispetto all’edizione passata, questo sarà preceduto da degli incontri preparatori rispettivamente il 20 maggio (How to survive a game jam ), il 10 giugno (How to design a serious game ) e il 13 (A Gaming culture is growing ).

Non serve spiegare oltre e vi lascio il link del sito ufficiale per maggiori informazioni su come partecipare. E’ un’occasione da non perdere, ve lo consiglio vivamente!

Marco Giannitti

 

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Nel retrobottega dei videogiochi.

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Oggigiorno tutti, chi più chi meno, conoscono cosa è un videogioco; ma pochi riescono a concepire quanto lavoro ci può essere dietro. Mi sono spesso chiesto “Cosa devo fare per sviluppare un videogioco?”. E’ una domanda tanto semplice quanto complicata è la risposta. Tutto dipende da molti fattori, qui schematizzati.

 

Schema dello sviluppo dei videogiochi
Schema dello sviluppo dei videogiochi

I tre elementi chiave sono:

Budget disponibile: la disponibilità economica influisce sulla possibilità di comprare le licenze dei programmi necessari ed eventualmente stipendiare chi ci lavora sopra.

Numero ed esperienza di componenti del team di sviluppo: il team può variare a un singola persona a svariate centinaia di membri. Generalmente per ottenere qualcosa di qualità commerciale serve un team di almeno 4-5 persone tra cui: un game designer, un programmatore, un artista 2/3D, un animatore e un ingegnere sonoro.

Struttura del videogioco: la difficoltà di realizzazione può variare a seconda degli strumenti che si utilizzano e del tipo di videogioco stabilito.

Come si può immaginare c’è davvero tantissimo lavoro dietro ed è impossibile spiegare in poche parole un argomento così vasto. Il mio intento in questo post è quello di, per chi come me si è trovato con tanto entusiasmo ma poche conoscenze sull’argomento, fornire qualche consiglio utile. Il primo fra tutti è di confondetersi sulla relazione “videogiochi = divertimento”; è un lavoro serio e oggettivamente molto complicato e stancante. Ma se questo non vi scoraggia, allora dovreste prima di tutto capire su quale aspetto voi vorreste concentrarvi: il bello di questa carriera lavorativa è che unisce un mucchio di attività diverse, dall’arte alla scienza.

Interfaccia di Unity3D 4
Interfaccia di Unity3D 4. Screenshot di Marco Giannitti

Vorrei presentare uno strumento che da qualche anno è diventato molto popolare. Si chiama Unity3D ed è un game engine completo. Sintetizzando, un game engine è un editor che mette insieme tutte gli elementi di un videogioco. Ce ne sono molti e tutti diversi, per citarne alcuni tra i più famosi attualmente il CryEngine, il FrostBite, l’Unreal Engine. Ognuno ha caratteristiche uniche ed non si può stabilire quale sia il migliore; infatti dipende dal contesto nel quale lo si deve usare. Ho personalmente provato alcuni di questi e ne ho tratto alcune conclusioni personali. Dico personali per lo stesso motivo di prima. Unity3D si è rivelato un ottimo compromesso tra qualità, efficienza e semplicità. Tra tutti lo consiglio vivamente per chi è alle prime armi: infatti è davvero semplice (rispetto agli altri engine) realizzare un prototipo giocabile in poco tempo. Per dare una proporzione, qualcosa che si può creare in un’ora in Unity3D con un altro programma si può impiegare anche una settimana. Inoltre è molto versatile ed in rete si trova molta documentazione per imparare. L’unica pecca riguarda il comparto grafico, che non riesce stare al passo con le ultime innovazioni tecniche, anche se con un po’ di esperienza si possono ottenere buonissimi risultati. Infine come ultima ma non ultima, ragione c’è un ottimo sistema di licenze: free (con limitazioni) e Pro.

Non mi dilungo ulteriormente, quindi se siete interessati provatelo, non ve ne pentirete! Al prossimo articolo!

Marco Giannitti

Il mondo connesso grazie ai videogiochi

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<Ehi ti va di venire da me a giocare alla Playstation?>, probabilmente la frase più pronunciata da ogni adolescente (e non solo!) fino a pochi anni fa.

Le cose ora sono cambiate. Con l’arrivo delle connessioni internet adsl in pressochè tutte le case, è venuta così a crearsi una rete mondiale di videogiocatori.

Si può rimanere seduti sul divano del proprio salotto e giocare con persone dall’altra parte del mondo, con i tuoi amici o con chi vuoi, tutti connessi e collegati istantaneamente grazie alla rete, dove si ha la possibilità di confrontarsi e socializzare con chiunque.

Il mondo diventa così molto piccolo, e il videogame si affaccia su scenari immensi, una rete popolata da videogiocatori di ogni tipo.

E’ ormai questa la direzione intrapresa dagli sviluppatori di videogiochi, l’online come futuro del gioco. E non solo!
Grazie alla ormai affermata presenza dei Social Network nella nostra vita quotidiana, il videogioco sta cercando di fondersi con essa, creando così un vero e proprio Social Game.

Il fatto che i videogame stiano diventando sempre più social, sta portando però all’idea del “gioco da portare sempre con se”, e gli smartphone dei nostri giorni, con processori e grafica così avanzati, permettono di creare Videogame App, videogiochi per smartphone e tablet.
Anche Kazunori Sugiura, supervisore dei giochi online, social e delle app di Capcom, una software house giapponese tra le più famose al mondo, la pensa così.
Queste le sue parole in una intervista rilasciata sul sito della Capcom:

“…noi di Capcom vediamo i giochi social come un mezzo per facilitare la comunicazione tra gli utenti e qualcosa in cui monetizzazione ed elementi di gioco sono coinvolti. Da questo punto di vista, riteniamo che tutti i giochi saranno fondamentalmente social in futuro…”

E l’evolversi del mercato in questa direzione, apre possibilità ancora più ampie, permettendoci di assistere a quello che sta avvenendo oggiogiorno, videogame sviluppati tra più piattaforme, dove al gioco su console casalinga si integra l’utilizzo di smartphone e altri dispositivi portatili, permettendo così di portarsi sempre il gioco con se, in tutti i suoi aspetti più social!!

Sugiura è dello stesso parere, e si è espresso con queste parole:

“Nelle console per videogiochi casalinge della next-generation, i giocatori saranno sempre più strettamente collegati tra di loro online, come con gli smartphone e i PC. Penso che il videogioco dovrà essere sempre più social in qualche modo. Come creatori di videogiochi, creiamo un gioco emozionante e poi determiniamo su quale piattaforma andrebbe meglio, invece di pensare “è un social game, perciò facciamolo anche per smartphone”, il mercato si sta evolvendo in questa direzione…”

E ancora,

“…un gioco che stiamo producendo girerà su smartphone, tablet e PC. Così sarà possibile giocarlo su smartphone e tablet quando sarai in giro, e sul tuo computer quando arriverai a casa…”,”…penso che sia interessante confrontarsi con lo stesso gioco in modo differente in base a dove e quando lo stai giocando…”

Il videogioco sarà quindi uno strumento a nostra disposizione che ci permetterà sia in casa che fuori,di metterci in costante confronto e relazione con gli altri utenti, e al tempo stesso di divertirci e socializzare o meglio, socializzare divertendoci!

Un vero e proprio Social Game!!

Stefano Cassini

I SOCIAL NETWORK IN 15 ANNI CI HANNO CAMBIATO LA VITA

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Era il 1997 l’anno in cui nasceva SixDegrees, un nome poco familiare per chi non è del settore, eppure si tratta del primo servizio di rete sociale, o, all’inglese, del primo Social Network. Non era nient’altro che un precursore di tutti i suoi simili che avranno poi una vera e propria diffusione, quasi incontrollata, una decina d’anni dopo. Le più grandi aziende informatiche di tutto il mondo, rendendosi conto delle potenzialità offerte da questi servizi, decidono si sviluppare dei progetti sui quali investono ingenti somme di denaro. Si cimentano anche colossi informatici come Google e Microsoft, ma inizialmente senza grandi risultati. Oggi però i social network che popolano il web sono migliaia, ma solo davvero pochi quelli che sono riusciti ad attirare milioni (e a volte anche miliardi) di utenti. Tra i più famosi ci sono MySpace, LinkedIn, Twitter, Google+, e naturalmente Facebook che con i suoi 1,23 miliardi di utenti attivi (Fonte: Facebook Reports Fourth Quarter and Full Year 2013 Results sovrasta su tutti gli altri. Il funzionamento di tutti questi servizi è molto semplice: basta registrarsi inserendo qualche informazione personale (email, data di nascita, luogo di lavoro o di studio, interessi e hobby) per poter subito interagire potenzialmente con tutta la popolazione connessa, stringendo amicizie virtuali, chattando e scambiandosi contenuti multimediali di ogni tipo.

Ed è così che la nostra vita diventa digitale!

Social Network's WorldLa possibilità essere connessi anche tramite cellulari e tablet ha permesso ad una community come quella di Facebook di mettere in contatto amici, parenti lontani, e sconosciuti con cui si hanno interessi in comune; e anche personaggi famosi come politici e attori possono sfruttarla proprio come un mass-media qualsiasi per influenzare l’opinione pubblica facendosi pubblicità. Ed è proprio la propaganda che permette a siti web del genere di sopravvivere. Quando il giovane Mark Zuckerberg ha abbozzato Facebook non aveva la più pallida idea che stesse per creare una società che sarebbe stata quotata circa 18 miliardi di dollari (Fonte: 10-K Annual Report). Ma come ci è arrivato? È qui che entra in gioco la propaganda, una pubblicità mirata, micidiale, ben diversa da quella della televisione o della radio. Facebook (giusto per citarne uno) “invade” legalmente la nostra privacy, tenendo conto di tutti i post a cui mettiamo i cosiddetti “mi piace”, quali profili guardiamo più spesso, quali post commentiamo, quali collegamenti esterni ci interessano e quali di questi ci fanno allontanare dal sito stesso, ecc. Sono algoritmi complicatissimi che permettono di stabilire quali sono i nostri reali interessi, tant’è vero che le notizie appena si è online non compaiono in ordine cronologico, ma viene visualizzato prima ciò che noi vogliamo vedere. È proprio per questo che la pubblicità mirata utilizzata da Facebook così come da tutti gli altri social network è più efficace, e nonostante ciò ha un costo bassissimo per le aziende, tant’è vero che si è creato un business impressionante che ha coinvolto indirettamente tutta la popolazione “onlife“. La cosa strana? Più si va avanti e più il capitale di queste aziende cresce, più ci colleghiamo e più vogliamo stare collegati. È finita l’era moderna, è iniziata quella digitale!

Andrea Misuraca

Giocare per migliorare il mondo

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Jane McGonigal al TED2010 (Fonte: punchingsnakes.com).

A quanto pare non tutti pensano sia un errore passare tante ore davanti ai videogiochi.

Jane McGonigal, game designer e ricercatrice, spiega al TED2010 che il suo obiettivo è quello di migliorare il mondo attraverso i videogiochi online.

Dopo aver preso in considerazione la mole di ore passate sui videogiochi dalle persone di tutto il mondo, stimate sui 3 miliardi, non le ritiene sufficienti per risolvere i problemi più urgenti sul nostro pianeta e afferma:

“Se vogliamo risolvere problemi come la fame, la povertà, il cambiamento climatico, conflitto globale, l’obesità, credo che dobbiamo aspirare a giocare online per almeno 21 miliardi ore a settimana, entro la fine del prossimo decennio.”

La ricercatrice, infatti, considera i videogiocatori una risorsa e non un problema.

Studiando molti di loro all’Institute For The Future ha notato le intense emozioni che in essi vengono provocate da un videogioco. Mostrando al pubblico, un ritratto del fotografo Phil Toldano, in cui si vede il volto di un giovane videogiocatore durante una sessione di gioco, fa notare alcuni dettagli come per esempio le pieghe intorno agli occhi, e intorno alla bocca, indice di ottimismo, secondo la ricercatrice. I videogiochi,quindi,influenzano lo stato d’animo di chi li utilizza,provocando sensazioni di paura, profonda concentrazione nel risolvere velocemente un problema complesso, come se fossero nella vita reale. Durante il suo periodo di ricerca ha analizzato vari videogiochi tra cui World of Warcraft.

Screenshot di World of Warcraft.

Questo gioco in particolare, gli ha permesso di capire che la cooperazione, i livelli di difficoltà, adeguati all’esperienza del giocatore ed i feedback periodici sono elementi fondamentali per il successo del giocatore.Ci parla di vittoria epica, termine molto diffuso tra i giocatori che indica un risultato così straordinariamente positivo che non ti sembra possibile fino a quando non lo ottieni. Successo che però è limitato al solo mondo virtuale:

“Queste sono persone che credono di essere individualmente in grado di cambiare il mondo. E l’unico problema è che credono di essere in grado di cambiare i mondi virtuali e non il mondo reale”

La ricercatrice, sta infatti cercando di capire come mai queste persone non siano in grado di fronteggiare allo stesso modo anche la realtà. Una realtà piena di problemi,ma che a differenza dei videogiochi, nessuno vuole provare a risolvere con impegno ed entusiasmo. Per questo McGonigal cerca di “camuffare” i problemi reali, in situazioni videoludiche,per suscitare l’interesse di più persone.In questi anni nel suo istituto ha realizzato diversi videogiochi, uno tra questi è un gioco in cui simulava un mondo con carenza di Petrolio,dove 1700 giocatori si sono divertititi ad immaginare la loro vita, offrendo idee,a volte originali,per far fronte ad un problema che potrebbe essere reale nel futuro.

Salveremo il mondo giocando un giorno?

Giovanni Rubino

Vic Gundotra lascia Google

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Dopo aver perso Hugo Barra dal team Android, assunto ed attualmente impiegato in Xiaomi,anche Vic Gundotra, capo del progetto Google+ con i suoi 500 milioni di utenti , ha lasciato Google.
L’annuncio pubblico arriva dal profilo Google+ di Gundotra, dove spiega alcune delle ragioni che l’hanno portato a questa scelta.
Il post, intitolato “E poi”.

Sicuramente non facile il compito affidatogli:entrare in un mondo dominato da Facebook, il colosso di Mark Zuckerberg. Benchè il lavoro fatto da Gundotra sia notevole,il Social Network di Google,se paragonato ai suoi concorrenti,non sembra aver riscosso molto interesse.
Alcuni utenti considerano il passaggio a Google Plus,una “forzatura”,perchè automaticamente iscritti, se si usufruisce di qualsiasi altro servizio di Google.

Nel post non vengono spiegate tutte le ragioni di questa scelta,quindi non possiamo affermare sia proprio a causa di Google plus.
Intanto, voci di corridoio , parlano di Google+ come di una piattaforma più che un prodotto, cambiando la propria identità senza continuare a correre dietro ai social network,Twitter e Facebook,che dominano il mercato.
Che ne sarà di Google plus??

Giovanni Rubino

I chirurghi che usano i Google Glass

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I Google Glass entrano per la prima volta in sala operatoria all’Humanitas di Rozzano,in provincia di Milano.Benchè attualmente non siano ancora disponibili per il mercato Europeo,grazie a degli accordi con la società Vidiemme Consultung alcuni chirurghi hanno avuto la possibilità di testare e raccontare la loro esperienza in sala operatoria.
Ad indossarli per la prima volta è stata la dottoressa Patrizia Presbitero, pioniera della cardiologia interventistica,che ha affermato:

“Abbiamo deciso di sperimentarli perché rappresentano un’opportunità nella formazione dei medici. Attreverso i glass abbiamo mostrato il punto di vista di chi opera a una platea radunata in un’aula esterna”

Fonte

Giovanni Rubino